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Partecipantethebeatter – 1/5/2008 2:20 AM
ico09 ico09 ico09 ico09 ico09 ico09 SONO ARRIVATI……. LI STAVO ASPETTANDO ico09 ico09 ico09 ico09 ico09 ico09 ico09 ico09
Che belli! ico05
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PartecipanteUno dei miei gruppi preferiti. Li amo alla follia, soprattuttto il loro primo album…SBAVO!!!
Poi assistere ad un concerto degli Iron è qualcosa di straordinario. Hanno una carica nei live che è difficile(o meglio, impossibile ico03 )trovare in un’altra band.
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PartecipanteW il venditore ambulante Cech!!!
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PartecipanteCmq amo i Germs. ico03 ico03 ico03 ico03
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PartecipanteBella domanda!
Secondo me una canzone è bella quando è fatta col cuore. Una canzone può essere difficile tecnicamente, con assoli da paura ecc, ma se è priva di passione non andrà da nessuna parte.W LA FIERA DELLA BANALITA’ ico03
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Partecipanteico03 ico03
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PartecipanteComunque preferisco Orietta Berti agli S’n’P (gesto dell’ombrello ico03 )
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PartecipanteClose to the Edge – Yes (1973)
Il 1973 per il progressive rock fu probabilmente il momento di massimo splendore, durante il quale molti dei gruppi di riferimento del genere raggiunsero i loro vertici espressivi.
Gli Yes non fecero eccezione: grazie alla spinta del poderoso volano “Fragile”, composto l’anno precedente e salito fino al quarto posto della classifica inglese, si accinsero a comporre quella che sarà la loro opera migliore, la più poderosa e caratterizzata dal giusto equilibrio tra l’arrangiamento estremo, definitivamente la peculiarità di questa band, e la giusta dose di visionaria suggestione.
Purtroppo questo delicato compromesso tra sfoggio tecnico, dilatazione esecutiva e follia compositiva non ha retto, derivando la band in un primo momento verso l’enormità di “Tales from the Topographic Ocean” (quattro LP di smisurata vastità sonora) e successivamente verso la follia di “Relayer”, i quali pur risultando ancora notevolissimi come sforzo di song-writing fanno dell’estremismo il loro punto di forza risultando meno accattivanti.
“Close to the Edge”, viceversa, è un disco di equilibrio. Proprio per questa ragione il batterista Bill Bruford vede questa release, e soprattutto la title-track, come la sua massima espressione di batterista rock di stampo “convenzionale”: il suo arrangiamento è semplicemente perfetto per la natura rock sinfonica dell’opera. Come si era già notato nel precedente “Fragile”, Bruford non è mai stato un musicista legato ad una qualche tradizione, a degli schemi prescritti: ha sempre cercato nuove direzioni, una reale progressione della visione tradizionale della batteria. Non uno strumento prettamente ritmico, ma un qualcosa di più libero e vario, indipendente.
Quì ha potuto finalmente dare sfogo a tutti gli arrangiamenti possibili in un contesto rigido di composizione, producendo una sorta di brano parallelo in cui talvolta dare riferimenti, e talvolta proporre sonorità più solistiche e abbellimenti. Ce n’è davvero per tutti i gusti, è assolutamente un’opera di incastramento continuo e programmatico: è bellissimo osservare tutti gli accenti meccanici e cadenzati del basso di Squire, sempre precissismo e potente nello slegarsi da Bruford e riabbracciarlo quando preferisce, disorientando l’ascoltatore senza perdere un briciolo del groove. Ed è impossibile descrivere a parole i quintali di vernice coi quali Steve Howe pennella e tinteggia ogni brano, passeggiando in lungo e in largo sulla tastiera della sua chitarra con una fantasia e una libertà ineguagliabili: tra lui e l’estroso, devastante, maestoso, definitivamente ineguagliato Rick Wakeman c’è di che rifarsi le orecchie perpetuamente, a vita.
Gli Yes sono sempre stati, almeno finchè si proponevano come artisti progressive rock di stampo tradizionale, una fonte inesauribile di creatività e armonia. Con trenta secondi di ogni loro brano si fornirebbero idee per interi dischi di musica più sempliciotta, ed è una cosa, a mio avviso, che merita il massimo rispetto. Naturalmente, è vero, l’eccesso arrangiativo valica le possibilità umane più benevolenti, ma non è assolutamente il caso di “Close to the Edge”. Un brano come “And You and I” è di una eleganza assoluta, per nulla ridondante, e i suoi dieci minuti passano con scioltezza: togliere anche solo una nota equivale a smontare un capolavoro curato nel minimo dettaglio, arrangiato con classe ed emozionante in ogni suo istante.
Ma, com’è ovvio, la parte più eccezionale di questa release è il brano che da il titolo al disco. Difficile da rendere a parole, così come è difficile parlare delle parole stesse! La sensazione, a mio avviso, è un mezzo delirio da funghettizzazione creativa… probabilmente Jon Anderson ha creato un testo molto evocativo come immagini e al tempo stesso ritmicamente adeguato al contesto in cui doveva calarsi: un brano mostruoso, in cui è facile perdersi, e in cui ogni strumento è esaltato al massimo delle sue possibilità espressive, prossimo, appunto, al suo “limite”. Dall’inizio vagamente etereo e rurale, tra cascate in lontananza e uccellini cinguettanti si finisce al jazz rock più tirato ed estremo, passando nel frattempo attraverso ogni ordine di suoni, compresa una sezione centrale vagamente neoclassica e perfino futuristica, grazie all’uso geniale del Moog da parte di Wakeman. La voce di Anderson, altissima e leggera, si adatta perfettamente al ‘mood’ sognante del brano, plasmandosi melodicamente e metricamente lungo tutti i venti minuti che lo compongono. Forse a qualcuno potrà non piacere per via della sua indubbia impalpabilità e del timbro a volte un po’ fiacco, ma le linee vocali, di squisita fattura, si stampano direttamente nell’animo e non le scalzerete finché avrete vita.Un brano esemplare per un disco di valore enorme, in cui scoverete chicche ovunque, specialmente se siete musicisti.
Un prodotto caratterizzato da idee a profusione e un bellissimo artwork ad opera di Roger Dean, che meglio non poteva ricreare su carta il sound visionario e suggestivo della formazione inglese.Forse il disco migliore degli Yes; sicuramente uno dei migliori del prog rock tutto….
…….scusate se ho fatto copia incolla ico07
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PartecipanteKurt74 – 27/4/2008 5:39 PM
portai anche il mio chitarrista che fece la marcia nuziale con la chitarra elettrica) ico01
Il mio sogno ico14
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PartecipanteKurt74 – 27/4/2008 5:31 PM
qualcuno, di cui non faccio il nome, mi ha confessato che non la puo’ prendere perche’ verrebbe sgridato dalla mamma ico01 (non e’ uno scherzo)
Ok, sono io
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PartecipanteE con questi anche io chiudo ico01 :
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PartecipanteQuesti vi piacciono:
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PartecipanteLittle_Steven – 23/4/2008 9:47 PM
Bon Scott è il leggendario cantante degli AC/DC. Ma a me zio Brian piace da morire. E poi è un simpaticone e una persona molto umile (nonostante sia la voce di una delle rock band più famose della storia). Ho avuto occasione di constatarlo in più di un’occasione.
2 anni fa in primavera i membri dello staff del sito acdc-italia.com non so come ma hanno incontrato zio Brian a Roma. Lui è stato felicissimo di passare qualche ora con loro e se non erro hanno anche pranzato assieme. Ha anche acconsentito a registrare una video-dedica per il forum.
Poi, dopo la vittoria dell’Italia ai mondiali, acdc-italia ha ricevuto una lettera da Johnson con i complimenti per la vittoria. Mentre 4-5 anni fa il bassista del (ex) gruppo mio e di Kurt74 ha incontrato Johnson per le strade di Positano. Lui è stato molto cortese e ha scambiato volentieri quattro chiacchiere.
Da lui dovrebbero prendere esempio molte di quelle star da quattro soldi che si credono chissà chi!Bella storia ico02
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PartecipanteQuesta radio deve essere davvero una figata ico10
Si può ascoltare in streaming su internet?ENDLESS
PartecipantePosso capire i Neu! e gli Ulver…ma pure i My Bloody Valentine!!???!?!?!?
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